Lo storytelling aiuta a vendere: i punti chiave secondo Andrea Fontana

img_5804.jpgIeri ho avuto la possibilità di partecipare all’evento di formazione “Storyselling: lo storytelling per vendere” perchè prossimamente anch’io darò il mio contributo editoriale sull’argomento (stay tuned).
Per gli addetti ai lavori, è chiaro che lo storytelling è un incredibile fattore di spinta per le vendite, ma le aziende ne sono ancora troppo poco convinte. Ecco perchè Andrea Fontana parla di “storyselling“, un termine che tuttavia più essere frainteso per una serie di motivi.
Voglio condividere con voi i concetti affrontati ieri che meglio spiegano cosa vuol dire fare storytelling.

Story sta per narrazione, non storia

E’ convinzione comune che fare storytelling significhi scrivere delle storie. Andrea Fontana ieri spiegava che in realtà è un problema relativo alla lingua italiana, in quanto “story” va inteso come racconto, narrazione non storia. Fare storytelling vuol dire comunicare attraverso racconti su più piattaforme trasmettendo emozioni.

Fare storytelling vuol dire dare una rappresentazione del proprio brand

Banalmente non si tratta di fare una pubblicità con una storiella alla Carosello. Si tratta di creare rappresentazioni testuali, visive, sonore e percettive in senso lato del brand. Raccontarsi narrando delle percezioni tramite una linea narrativa.

I racconti di basano sulle storie (e sulle difficoltà) degli altri

Gridare a gran voce che hai il prodotto migliore non funziona più. Bisogna partire dalle difficoltà della nostra audience (Andrea Fontana apprezzerà il non utilizzo di “target”) per convertirle in necessità da soddisfare.

Lo storytelling si deve fare su più piattaforme

Oggi un’azienda si può raccontare tramite una grande moltitudine di mezzi, ognuno dei quali ha codici di comunicazione differenti, certo, ma è necessaria coerenza nell’immagine che si vuole trasmettere di sè.

Storyteller si diventa (ma con tanta pratica)

Si può nascere creativi ma per fare dello storytelling di valore sono necessarie delle skills che vanno da abilità strategiche di narrazione alla capacità di scrivere contenuti (alla domanda “quale di queste skill sentite di avere?” io ho alzato la manina su questo punto), fino al visual storytelling e all’experience design.
ma il punto chiave, la base senza la quale non c’è storytelling è……..
rullo di tamburi di sottofondo
l’EMOZIONE.
Anche una scettica come me deve riconoscere che se non c’è emozione non c’è engagement. Lo storytelling propone racconti che emozionano. Con lo storyselling si vendono racconti che colpiscono al cuore.
Volete la prova? guardate lo spot di seguito che Andrea Fontana ci ha fatto vedere ieri tra i tanti esempi. Ammetto di aver tirato su con il naso un paio di volte.

Tornare a scrivere da mamma: ecco cosa è cambiato nella mia casella email

Dopo tanti mesi di assenza mi sono ritrovata, con non pochi sensi di colpa, a dover prendere una decisione: elimino il blog o riprendo a scrivere? Da una parte il pochissimo tempo libero, dall’altra la voglia di condividere curiosità, case history e quanto appreso nel mio quotidiano come professionista.
Ha vinto la seconda opzione.
Anche perchè dal 2017 sto lavorando a tanti progetti interessanti e molti ce ne saranno in questo 2018.
Avere un bambino cambia la vita, è una delle poche certezze che una mamma ha. Bisogna ridimensionare tutto, dal tempo al bisogno, dalle finanze al lavoro. E’ come se mi avessero regalato degli occhiali con un nuovo filtro speciale: vedo cose che prima non potevo immaginare.
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Il mio diventare mamma mi ha aperto anche una serie di mondi digitali e mi ha inserito in nuove categorie di utenti: i database di mamme!
Ecco che, da quando ho cominciato timidamente a sbirciare tra gli online store per bambini, mi sono arrivate newsletter da ogni dove.
Per quanto riguarda la frequenza, in cima alla mia lista c’è sicuramente Chicco: una volta iscritta alla newsletter, ho cominciato a ricevere settimanalmente una serie di email con codici sconto, novità, promozioni, avvisi dei presaldi, avvisi dei saldi, avvisi dei saldi finali, mail per il Black Friday, il Cyber Monday e molto altro.
Interessante eh, però a volte un po’ troppo…

Chicco

Newsletter Chicco del 5 febbraio

Quando ero incinta invece ho scoperto Envie De Fraise, un sito dove ho acquistato per me durante la gravidanza e che con una media di una newsletter a settimana mi avvisa sempre di nuovi prodotti in promozione e novità del catalogo.
E’ stata una bella scoperta, però continuano a mandarmi email per abiti da attesa: come glielo spiego che mio figlio è nato 5 mesi fa?
Forse dovrebbero inserire un campo in fase di iscrizione con la data presunta del parto e da lì modificare i consigli di acquisti proponendo solo abiti per allattamento…
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Da quando sono mamma però, un sito mi ha davvero conquistata, per i prezzi imbattibili uniti alla varietà dell’assortimento fino alla facilità di acquisto: parlo di Kiabi.
In particolare apprezzo la mail cosiddetta “transazionale” che ricevo dopo aver inviato un ordine: riporta la sintesi precisa dei miei acquisti, con immagini, prezzo intero, prezzo scontato, taglia e codice di riferimento.
E’ un piacere per gli occhi: mi permette di avere sotto controllo il mio acquisto, graficamente è molto bella e mi permette di ritrovare, grazie ai link, ogni singolo prodotto nel sito.

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Email di conferma ricevuta dopo un mio acquisto

Sono consapevole che è solo l’inizio e che quest’anno la festa della mamma mi riserverà delle sorprese. Non c’è che da aspettare la prossima email!

Lavori extra sul web: Facebook, JobRapido e Twago

Oltre al mio lavoro come Sales Account, sporadicamente mi capita di collaborare con altre agenzie e liberi professionisti per progetti redazionali. Ho sempre cercato collaborazioni extra tramite motori come subito.it, kijiji e così va, ma in questo 2017 tre sono stati gli strumenti che si sono rivelati più profittevoli di altri: Jobrapido, Facebook e Twago. Sono tre portali diversi che in modo differente consentono di entrare in contatto con potenziali lavori extra, Facebook e Jobrapido in maniera gratuita, Twago a pagamento.

Jobrapido

Jobrapido rimane uno degli aggregatori di lavori tra i miei preferiti. E’ molto attento a propormi solo le offerte che riguardano il mio lavoro e le proposte rispettano quasi sempre i filtri da me inseriti per le notifiche. Le newsletter che ricevo sono ben strutturate e mostrano quante nuove offerte, per una data parola chiave, sono effettivamente state inserite nel sito.

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Modello di newsletter di Jobrapido

Pagine Facebook

Sono iscritta ad un paio di pagine Facebook di copywriting dove, oltre a post pubblicati da professionisti come me ma anche da studenti del settore riguardo le ultime novità del mondo copy, ogni tanto dipendenti di società/agenzie o liberi professionisti chiedono preventivi per articoli, testi, analisi e progetti editoriali in genere. Chiaramente il trucco sta nel contattarli il prima possibile, per questo motivo ho impostato delle notifiche affinchè, per ogni nuovo post, riceva un memorandum dallo stesso social.
Ovviamente la competizione è altissima: il rischio è di dover emergere tra chi propone prezzi spudoratamente bassi o offerte al limite della schiavitù. Devo dire però che da uno di questi gruppi ho avuto grandi soddisfazioni e ho ottenuto un paio di contatti interessanti.

Twago

Nel mondo dei freelancer si sono diffusi comparatori online di annunci dove, per inviare la propria candidatura, è necessario acquistare dei crediti. Ho provato per un po’ Pronto Pro, ma non ho mai ricevuto proposte interessanti o in linea con il mio profilo.
Poi ho scoperto Twago.
Si tratta di una piattaforma molto semplice da usare, dove inizialmente vengono concessi dei crediti gratuiti. Ogni volta che si invia una proposta di preventivo a un fornitore vengono scalati dei crediti (in media 4). L’unica pecca di questo sistema, ma è un aspetto che accomuna tutti i portali di questo tipo, è che, a prescindere dal fatto che il proprio preventivo verrà accettato o meno, i crediti vengono scalati. Fino a quando i crediti sono gratuiti, la tendenza è di non badare molto ai preventivi inviati. Ma nel momento in cui è necessario acquistare dei crediti allora la questione cambia. Ho imparato a inviare i preventivi solo per quei progetti a cui so di poter contribuire alla loro piena riuscita e di cui ho la percezione di avere una possibilità in più. Questa strategia si è rivelata vincente, perchè sono riuscita ad accaparrarmi diversi lavori.

twago

Newsletter di Twago

L’elemento che hanno in comune questi tre strumenti è la possibilità che viene offerta ai freelancer di farsi conoscere. Il trucco per emergere è essere chiari, precisi e competitivi, senza però sottostimare il proprio lavoro, fornendo quindi sempre i dettagli del prodotto che verrà consegnato con una buona dose di flessibilità.
 

Come aumentare la propria rete di contatti su Linkedin

Ricordo che uno dei primi articoli che ho postato su questo blog riguardava l’importanza delle email come strumento per il primo contatto con il cliente, questo perchè, fino ad un anno fa, nel mio ruolo di commerciale, trovare un contatto voleva dire trovare una email. Ho ancora questo obiettivo ma il percorso che affronto ora è leggermente diverso da prima. Ora c’è la nuova versione di Linkedin.
Quella precedente infatti non permetteva di aggiungere chiunque tra i propri contatti, bisognava fornire almeno l’indirizzo email a dimostrazione del fatto che quel contatto non fosse un fake ma una reale conoscenza. Non ho mai condiviso questo punto di vista: del resto se aggiungo qualcuno su un network professionale lo scopo è quello di allargare la mia rete di conoscenze. Adesso, invece, con l’ultima versione di Linkedin, è possibile aggiungere chiunque nel proprio network di contatti, senza essere per forza in possesso di un indirizzo email.

La ricerca del contatto giusto

Nel mio caso questa nuova versione del social si è rivelata molto utile, tant’è che quando voglio cercare una figura con un ruolo specifico in un’azienda di mio interesse, cerco la pagina dell’azienda in questione, la seguo (per essere essere aggiornata nella home su quanto viene pubblicato sul suo profilo) e cerco il o i dipendenti che soddisfano i requisiti di ruolo che cerco.
Certo, c’è da dire che non tutti accettano la mia richiesta, nonostante cerchi sempre di essere chiara sui motivi che mi spingono a cercare proprio quella persona.

Richiesta inviata: la nota personalizzata

Come prima, ora c’è la possibilità di aggiungere una nota (messaggio personalizzato) nella richiesta di contatto, cosa che faccio sempre. Credo infatti che unire ad un semplice invito un messaggio personale dove mi presento e introduco i motivi per cui voglio entrare in contatto con un potenziale cliente/partner/collaboratore, sia sintomatico della professionalità con cui viene usato questo strumento.

Richiesta accettata: il messaggio

Se il collegamento accetta la mia richiesta di collegamento ecco che scatta il primo tentativo di accaparrarsi la sua email aziendale. Solitamente invio un messaggio in cui vado a fornire ulteriori dettagli su chi sono e cosa voglio, ovvero l’indirizzo email del contatto a cui inviare la presentazione della mia azienda. Purtroppo non tutti sono così gentili da fornirmi un feedback e questo spesso mi delude. E’ capitato anche a me di essere contattata da persone interessate al mio profilo e se mancava l’interesse da parte mia, rispondevo sempre specificando perchè a mio avviso i nostri contatti potevano essere interrotti.
Se il contatto risponde e indica il suo indirizzo email, ecco che Linkedin ha svolto il suo ruolo perfettamente. Sta a me poi coltivare direttamente quel contatto.

Siti one-page: i contenuti al primo posto

Quando si parla di siti one-page si intende quei siti la cui navigazione avviene su un’unica pagina. Ultimamente sono molto in voga, anche se bisogna specificare che non hanno una struttura adatta ad ogni tipologia di business: si prestano particolarmente per i liberi professionisti, ma anche ristoranti, parrucchieri, centri estetici e per tutte quelle realtà che vendono e propongono una sola tipologia di prodotto/servizio e desiderano un sito intuitivo ed elegante, anche in presenza di un budget limitato.
 

 
Proprio il prezzo è uno dei grandi vantaggi di un sito one-page: essendo siti più semplici, con meno contenuti e nessuna sezione di secondo livello, i tempi di realizzazione diminuiscono, abbattendo così il costo finale per il cliente.
La grafica personalizzata e i contenuti studiati per una lettura semplice ne rendono la navigazione piacevole e intuitiva. I siti one-page rispondono all’esigenza sempre più presente dell’utente di trovare un’informazione nel minor tempo possibile, senza perdersi tra inutili sezioni di Mission e Valori.
Per incentivare la leggibilità del sito stesso, normalmente chi lo sviluppa presta attenzione ad inserire il “Lazy Download”, ovvero il caricamento graduale dei contenuti man mano che la pagina scorre. Inoltre, le sezioni del sito vengono richiamate nelle pagine dagli Anchor Link, vale a dire i collegamenti ipertestuali che consentono di andare ad un punto specifico della pagina (=sito) cliccandoci sopra.
I siti su un’unica pagina sono l’elogio del contenuto: la concentrazione è mirata più sul contenuto, vero protagonista di questi portali, che potrà essere anche relativamente conciso. Sono siti scelti da chi ha poco materiale a disposizione per la realizzazione del proprio sito o per chi vuole ridurre ai minimi termini il proprio sito preesistente fitto di testo non necessario.

Il potere di una e-mail: perchè è importante scriverla bene

Ho già scritto in proposito, ma non smetterei mai di farlo. Sembra un argomento ormai scontato, ma quando ricevo certe e-mail non posso a fare a meno di chiedermi “cosa c’è di tanto difficile da capire?”. Alcune aziende davvero non capiscono che impostare una e-mail efficace è remunerativo e impattante. Può portare nuovi clienti, fidelizzarli, creare un rapporto di collaborazione, vendere prodotti in luoghi a cui non avrebbero mai pensato e permette di rompere le barriere spazio temporali, inviando e-mail in qualunque ora del giorno.
Una brutta e-mail, scritta con superficialità, incoerente o anche troppo assillante, può invece distruggere quanto è stato costruito nel tempo (errori nella scelta delle parole, ad esempio).
In un mio precedente articolo, “Il primo contatto con il cliente: l’importanza delle e-mail” avevo già elencato le caratteristiche fondamentali, tratte da un testo di Luisa Carrada. A queste mi sento di aggiungerne qualcuna, che hanno a che fare con il tone of voice:

  • semplice: bisogna usare lo stesso linguaggio di chi legge per assicurarsi la sua comprensione
  • immediata: arrivare subito al punto fa risparmiare tempo al lettore, che riceve le e-mail perlopiù di mattina
  • esaustiva: bisogna dare le informazioni necessarie per il bisogno o i desideri del target
  • affascinante: è inutile dirlo, una e-mail per essere anche solo aperta deve contenere un elemento di fascino in grado di attrarre l’attenzione dell’utente, quindi atenzione all’oggetto quanto al contenuto
  • educata: stiamo scrivendo direttamente agli utenti, è un po’ come infiltrarsi a casa loro, per questo motivo bisogna essere educati

Una buona dem aiuta le imprese a fare brand awareness, la base per il successo, ed è un ottimo strumento per raccontarsi, a patto che sia fatto bene.
 

Le regole per ottenere la fiducia dell'utente

In occasione dell’Engagement Content Marketing di martedì 8 novembre, l’evento dedicato al ruolo del content marketing nelle attività di business a cui ho partecipato, uno speech in particolare mi ha colpita: “L’equazione della Fiducia Online” di Andrea Saletti è stato un concentrato di regole per accaparrarsi la fiducia del cliente/utente del web, che si comporta secondo reazioni che vengono studiate dalla psicologia. Non conoscevo il web marketing psicologico e devo dire che è estremamente interessante capire come leggere i segnali fisici delle persone e allo stesso tempo poter anticipare quali saranno le reazioni più scontate da parte degli utenti del web.
Aldilà delle statistiche post-attività, ci sono modi di prevedere il livello di successo di un’attività di web marketing attingendo alle conoscenze in psicologia della persuasione. Si tratta di ore di lavoro risparmiate e A/B test superati con un unico tentativo.
La presentazione di Andrea inizia con una citazione:

La percezione di fiducia è il primo motivo per cui l’81% dei consumatori decide di acquistare un prodotto da un sito web piuttosto che da un altro
Business Insider 2014

Si tratta di una percentuale enorme! Poi ho pensato: io come decido se acquistare su un sito, magari diverso da Amazon?
Personalmente, un sito mi convince se ha una grafica accattivante, riferimenti a certificazioni e pagamenti assicurati, immagini e informazioni esaustive. Si può dire che un e-commerce mi convince se soddisfa una serie di requisiti che do per scontati in altre situazioni di acquisto, ovvero se mi ispira fiducia, appunto.
Secondo Andrea possiamo identificare delle regole volte all’ottenimento della fiducia.

  1. La fiducia deve essere meritata per essere trasmessa
  2. A parità di comunicazione utilizzata, la predisposizione alla fiducia è inversamente proporzionale alla dimensione del brand (o alla notorietà di un individuo)
  3. L’aumento crescente di fiducia disattesa sta spostando l’ago della bilancia verso il valore di utilità

Questa terza regola mi ha destabilizzata un po’. Come si spiegano allora gli acquisti di impulso? Capisco però che non si tratta della quota maggioritaria degli acquisti sul web…
Oltre a queste regole, ci sono dei fattori della fiducia:

  1. Credibilità
  2. Etica (percezione di onestà del valore comunicato) -> se un brand comunica la sua vulnerabilità non è criticabile
  3. Affidabilità (coerenza tra la promessa e l’azione) -> secondo il principio di riprova sociale più persone parlano bene di qualcosa più aumenta la nostra fiducia
  4. Pregiudizio inconscio (le esperienze pregresse influenzano la valutazione) -> bisogna superarlo con le emozioni

Insomma, pare che seguendo queste regole, si possa determinare il successo o meno di una campagna di marketing online. Affronterò la prossima dem con un occhio diverso 🙂

Blog aziendale: sì o no?

E’ un dilemma che attanaglia molte aziende, che, riflettendo sulla loro presenza online, valutano l’utilizzo di un blog aziendale. Personalmente sono sempre a favore di uno spazio di questo tipo, anche per quelle realtà che credono di avere poco di cui scrivere. Questo perchè non è vero: ci sono sempre storie da raccontare, tutto ciò che ci circonda è una storia e i lettori sono sempre a caccia di stimoli, racconti, opinioni e situazioni in cui immedesimarsi.
Le cose da dire ci sono sempre, basta scegliere le parole giuste. Questo vuol dire affidare la scrittura di un blog a chi conosce le regole di lettura da schermo e che sappia elaborare un minimo progetto di SEO che consenta a questo spazio di essere indicizzato correttamente dai motori di ricerca. Ovviamente assolutamente da evitare i testi di repertorio: le storie devono essere vere, lo scopo è raccontarsi non raccontare frottole!
Per fare un esempio che mi ha vista coinvolta in prima persona, per diversi mesi ho gestito il blog aziendale di un produttore e distributore di ascensori, un settore dove questo strumento (almeno in Italia) non viene minimamente considerato come risorsa, ma solo come una perdita di tempo.
Seppure con scetticismo, l’AD ha deciso di provarci, quantomeno per estendere la propria reputation sul web, ricercando nuovi mercati oltre i confini nazionali dove investire.
I risultati sono stati positivi: con l’appoggio della condivisione sui social  (Facebook e Twitter) il blog registrava costantemente letture interessate, seguite da approvazioni (soprattutto su Facebook, terra aperta per l’intervento di chiunque). I post più apprezzati erano i case studies, i racconti cioè dei progetti realizzati dalla ditta, arricchiti dalle testimonianze di chi ne aveva preso parte.
Il blog può contribuire in maniera significativa a dare un volto ad una società/azienda, che in questo modo si racconta attraverso le voci di chi ci lavora e la rende quello che è.
 
 

Lavorare da casa: perchè è utile, efficiente e aumenta la qualità del lavoro

Lo chiamano “telelavoro”, “lavoro agile” o “smart working” ma il concetto alla base è lo stesso: lavorare da casa con le stesse tutele di chi lo fa in ufficio. Quella che fino a poco tempo fa sembrava prerogativa dei liberi professionisti, ovvero la possibilità di svolgere il proprio lavoro in autonomia e ovunque, adesso è diventata un’opzione anche per chi è dipendente. E se in Svizzera il 28% di chi lavora lo fa da casa per almeno una mezza giornata a settimana (studio condotto dalla società di consulenza Deloitte), in Italia è passato il disegno di legge sullo smart working, che prevede una serie di agevolazioni per chi sceglie questa forma di lavoro autonomo (vedi articolo di Giorgio Pogliotti e Claudio Tucci su Il Sole24ore), portando all’attenzione di enti e aziende questo tema importante.
Deloitte sottolinea che anche per le ditte avere un modello di lavoro con questo tipo di flessibilità offre grandi vantaggi, dall’aumento di spazio consentito dalla presenza inferiore di impiegati sul posto di lavoro, all’aumento della produttività e della soddisfazione dei dipendenti per l’indipendenza con cui possono svolgere il loro lavoro.
Personalmente ho sempre apprezzato lo smart working, anche se bisogna dire che per certe realtà aziendali la vicinanza tra colleghi è necessaria, o quantomeno utile soprattutto a fronte di un progetto in cui la componente del team è importante. Nelle agenzie web, invece, il fattore della presenza fisica diventa sempre sfumato e contingente.
Ho lavorato per un’agenzia di Milano il cui Art Director era di Bari, per una redazione sicula per la quale scrivevo articoli da casa e ancora collaboro con Seat Pagine Gialle comodamente dal divano. Nella mia esperienza, il lavoro svolto in autonomia non ha mai rappresentato un limite all’efficienza o un problema nella produttività, anzi: trovo che aumenti le capacità di focalizzare il lavoro e portare a conclusione il progetto, secondo il proprio ritmo ma nel raggiungimento di un obiettivo (anche di consegna). Perchè lavorare da casa deve essere solo la modalità per il perseguimento dell’obiettivo, che rimane la consegna del progetto, secondo le tempistiche stabilite dal cliente.
Domani sarà la giornata dello smart working a Milano: in occasione dell’iniziativa promossa dal Comune di Milano e giunta quest’anno alla terza edizione, le aziende più innovative avranno la possibilità di sperimentare pratiche di questa forma di lavoro per apprezzarne i vantaggi capirne il funzionamento, prenotando uno dei 40 coworking accreditati, a dimostrazione dell’interesse sempre più vivo nei confronti del lavoro in autonomia.

Come scrivere un annuncio di lavoro: il caso della carta stampata

Mi sta capitando una cosa strana: dopo aver pubblicato su un settimanale a tiratura locale un annuncio di ricerca di lavoro per una collaborazione (quindi non un lavoro vero e proprio, ma un “extra”), ho ricevuto diverse telefonate. Non mi capitava dai tempi degli annunci per le ripetizioni (per le quali il passaparola rimane però la strategia vincente).Questo mi ha lasciata perplessa (ma devo dire piacevolmente) perchè, in un’epoca in cui il web dà un volto a tutti, evidentemente c’è ancora chi legge i giornali locali.
Allora mi sono chiesta: quando la carta stampata è più efficace e come un annuncio può rivelarsi attraente a fronte della mancanza di informazioni approfondite? Il testo infatti è limitato, o almeno deve essere così, onde evitare papiri illeggibili (a volte c’è un limite tecnico al numero di caratteri).
Un annuncio su carta si è rivelato più efficace per le realtà locali che cercano risorse sul territorio: nel mio caso, si tratta della città di Lodi, a due passi da Milano quindi dalla capitale digital italiana, ma, nonostante questo, fulcro di molte realtà aziendali interessanti.
Quindi, non so ancora se come ultima o principale risorsa di consultazione, la carta stampata attira ancora un certo interesse. C’è da dire che il settimanale che ha pubblicato il mio annuncio ha anche una versione online, ma chi mi ha contattato ha espressamente citato il giornale stampato (facendomelo anche vedere in sede di colloquio).
Mi sono sentita un po’ Jane Eyre che riceve la risposta per il suo annuncio pubblicato da Lowood, con la variante telefonica.
Per quanto riguarda la struttura dell’annuncio, che con gli anni ho imparato a limare fino a raggiungere la forma secondo me migliore, credo fortemente nella sintesi esplicativa di ruolo e posto ambito. Il mio recita così:

CONTENT Manager offresi per collaborazioni esterne con ritenuta d’acconto. Sono specializzata in contenuti web, content editing, dem e stesura articoli per blog e siti. Gestisco pagine social Facebook, G+ e account Twitter. Contattarmi al numero …. Marianna

Innanzitutto la prima parola: in questo caso ho usato “CONTENT” ma spesso uso “WEB” così l’annuncio finisce in fondo, tra gli ultimi, dove tendenzialmente le persone sono più propense a leggere (oltre ai primi posti, ovviamente).
Poi ho delineato subito il mio ruolo (non mi piacciono gli annunci in stile “Ragazza”, “Laureata”, “Professionista” perchè di fatto non soddisfano i requisiti richiesti da chi ha bisogno di una figura specifica), seguito dalla tipologia di collaborazione, ovvero “collaborazioni esterne”. Questo punto è importante, perchè se avessi inserito “cerca lavoro come” avrei fatto intendere che ne cerco uno full time (ma, fortunatamente quello che ho mi piace e la mia ricerca è circoscritta a collaborazioni extra).
Ho voluto inserire anche il metodo di pagamento/contratto di interesse perchè, non avendo la partita IVA, in questo caso posso essere raggiunta da chi effettivamente è aperto ad altre tipologie di retribuzione. Segue quello che faccio, che non esaurisce completamente quello che realmente so fare, ma che dà un’idea di chi sono.
E’ incredibile che, nonostante l’assenza di una foto o di info più complete, in molti abbiamo deciso di chiamarmi e di proporre un colloquio in pausa pranzo.